Ceramica Gualdo Tadino

La ceramica di Gualdo Tadino

Le Origini di una Tradizione

Le testimonianze più antiche della produzione ceramica a Gualdo Tadino sono molto antiche.

Anche la natura ha offerto alla città tutto ciò che serviva per diventare un importante centro artistico. I boschi dell'Appennino fornivano legname in abbondanza per alimentare le numerose fornaci; i torrenti che solcano la valle azionavano i mulini necessari per macinare gli smalti; dalla cava di Monte Fringuello si estraeva l'ossido di ferro, ingrediente fondamentale per ottenere i celebri riverberi oro e rubino del lustro metallico; dalle cave della Matalotta, infine, proveniva un'argilla di qualità eccellente, la materia prima per eccellenza.

Questa straordinaria autosufficienza di risorse ha reso Gualdo Tadino un luogo naturalmente vocato alla produzione ceramica, capace di attrarre maestranze e di sviluppare una tradizione che affonda le sue radici nel Medioevo.

Frammenti di ceramiche invetriate e maioliche arcaiche, rinvenuti nel sottosuolo cittadino e nel territorio circostante, raccontano di un'attività già fiorente nel XIV secolo. Un documento del 1361 attesta il pagamento di duecento scodelle e trentacinque polli al fornitore Angelo da Gualdo da parte del Convento di San Francesco di Assisi, suggerendo che il vasellame venisse prodotto localmente.

Nel XV secolo, la fama dei ceramisti gualdesi era tale che persino Gubbio, celebre centro ceramico umbro, emanò una legge protezionistica che proibiva l'importazione di vasellame forestiero... fatta eccezione per quello proveniente da Gualdo Tadino. Un segno inequivocabile del prestigio raggiunto.

 

Il Capolavoro Rinascimentale: la Pala della Santissima Trinità

Il manufatto più straordinario della tradizione ceramica gualdese è senza dubbio la pala d'altare della chiesa della Santissima Trinità sul Monte Serra Santa, oggi conservata nella chiesa di San Francesco. Realizzata intorno al 1528, questa imponente opera in terracotta invetriata a rilievo (alta quasi 4 metri e larga 2,5) raffigura l'Onnipotente in trono, attorniato dalla Vergine Maria, da San Sebastiano, San Rocco e San Facondino, con angeli e cherubini che completano la composizione.

Le paraste sono riccamente decorate con grottesche, trofei d'armi e strumenti musicali, mascheroni e figure fantastiche, in un repertorio tipicamente cinquecentesco. L'autore, probabilmente un modellatore di cultura marchigiana, ha saputo fondere influenze metaurensi e suggestioni robbiane, creando un'opera di straordinaria eleganza. Si ipotizza che la pala sia stata commissionata come ex voto dopo la terribile pestilenza del 1527, che decimò la popolazione gualdese. Un'opera che anticipa di secoli il rinascere della ceramica artistica in città.

In un documento dei Reggenti di Gubbio del 1456 si autorizza la vendita delle pregiate olle e pignatte  nei mercati della città. Probabilmente tra il Cinquecento e il Seicento parte la produzione ceramica rifinita con la tecnica del  lustro, cioè con l'applicazione sul pezzo già finito degli straordinari riverberi oro e rubino, ottenuti durante una terza cottura con fumo di ginestra.
Durante il XVII secolo ceramisti gualdesi  operano anche fuori patria, come Antonio e Lorenzo Pignani attivi in Roma, a cui Clemente X concede nel 1673 una privativa per applicare l'oro sulle maioliche con una tecnica mai usata fino allora.  

La Rinascita del Lustro Metallico

L'Ottocento è il secolo in cui la ceramica gualdese trova la sua dimensione più originale e creativa. La vera rivoluzione avviene grazie al recupero della tecnica del  lustri metallico, una raffinata decorazione che impreziosisce le maioliche con riflessi dorati, rossi e azzurri, ottenuti attraverso una complessa cottura in atmosfera riducente con sali metallici di argento, rame e bismuto.

Questa tecnica, resa celebre nel Cinquecento da maestri come Mastro Giorgio di Gubbio e illustrata da Cipriano Piccolpasso nel suo trattato Li tre libri dell'arte del vasaio (1558), era andata perduta. Fu grazie allo studio e alle sperimentazioni di Luigi Carocci, Angelico Fabbri e del chimico Lorenzini, e all'entusiasmo del marchigiano Paolo Rubboli, che la tecnica venne reintrodotta a Gualdo Tadino. Rubboli si stabilì in città nel 1873, e la sua bottega divenne il fulcro di una rinascita artistica senza precedenti.

La moglie Daria e i figli Lorenzo e Alberto proseguirono l'attività, affiancati da decoratori di talento come Giuseppe Discepoli e Temistocle Vecchi, dando vita a una produzione di altissimo livello che riscosse un enorme successo in Italia e all'estero.

I Grandi Maestri del Novecento

Il Novecento gualdese è segnato da personalità artistiche di straordinario talento.

  • Alfredo Santarelli, allievo di Giuseppe Discepoli, dopo un periodo di formazione presso la bottega Rubboli, aprì nel 1899 il proprio opificio. La sua formazione all'Accademia di Belle Arti di Perugia gli permise di raggiungere risultati eccellenti nel trattamento del lustro, spaziando dal repertorio neorinascimentale a quello neogotico, fino alle decorazioni ispano-moresche e ai piatti celebrativi con personaggi illustri. Santarelli si cimentò anche nella decorazione architettonica, come testimoniano gli inserti ceramici sulla facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena a Pontevalleceppi.

  • Nel 1925 fu fondata la Società Ceramica "Luca della Robbia", che affiancò alla produzione tradizionale elementi innovativi ispirati allo stile floreale, orientale e all'arte africana, riflesso dell'interesse per le nuove conquiste coloniali. Figure come Giuseppe Pericoli (scultore) e Antonio Piermatteo (pittore) realizzarono pregevoli decorazioni architettoniche e arredi sacri.

  • Altre manifatture di rilievo furono la "Cooperativa Ceramisti", la "Mastro Giorgio", la "Morroni e Tega", la "Vincenzina", l'ICAP (Industria Ceramica Angelo Pascucci), la BAU (Bottega Artigiana Umbra) e l'ICADO, che contribuirono a rendere Gualdo Tadino uno dei centri ceramici più vivaci e dinamici d'Italia.

Innovazione e Tradizione

Le botteghe gualdesi non si limitarono a riprodurre i modelli rinascimentali. Sperimentarono nuove soluzioni formali e cromatiche. Negli anni Trenta e Quaranta, ad esempio, la bottega di Alfredo Santarelli produsse oggetti d'uso (candelieri, accendisigari, sculture) con smalti scuri impreziositi da decori in oro e platino e decorazioni plastiche di gusto geometrico, come testimoniano i raffinati decori "Strisce", "Arabeschi", "Filigrane" e "Pioggia d'oro" presenti nei suoi listini dell'epoca.

Anche la ditta Rubboli si aggiornò, includendo nei suoi cataloghi degli anni Trenta vasellame "moderno", vasi in rilievo e candelieri futuristi, dimostrando una capacità di rinnovamento che ha permesso alla tradizione di rimanere viva e vitale.

Un Museo a Cielo Aperto

Passeggiando per le strade di Gualdo Tadino, si può ancora respirare l'atmosfera di questa antica vocazione. Il Museo Comunale della Rocca Flea custodisce una preziosa collezione di ceramiche che documenta l'evoluzione della produzione locale dal Rinascimento al Novecento, con esemplari provenienti dalle più celebri manifatture cittadine.

Il museo non è l'unico luogo in cui ammirare quest'arte. La città stessa è un museo a cielo aperto: edicole votivedecorazioni architettonicheinsegne di botteghe e inserti ceramici sulle facciate di chiese e palazzi raccontano una storia fatta di maestria e bellezza. L'insegna dell'ex albergo "Matteo da Gualdo" in via Calai, la facciata dell'Oratorio Salesiano, Villa Casimiri e la chiesa di San Donato con i suoi altari in ceramica a lustro sono solo alcuni esempi .

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