Uno sguardo interno all’edificio, tra nicchie e dipinti
L’interno della chiesa si presenta con un’unica navata ampia e luminosa, caratterizzata da un soffitto molto alto che accentua il senso di verticalità e solennità dello spazio sacro interno.
In fondo alla navata, dove è conservato un affresco del 1508 staccato dalla parete originaria che raffigura la Madonna col Bambinoin una mandorla, si trovano due nicchie laterali:
- Prima nicchia di sinistra: i resti di affreschi di difficile lettura decorano le pareti laterali. Sulla sinistra è presente la tela che raffigura la Madonna Addoloratae san Gregorio Magno, con un cherubino che regge un cartiglio dove si legge la scritta “A sua maestà Carlo Martello Re di Francia”. Sull’altare è collocata una tela di XVII secolo realizzata da un pittore eugubino anonimo, dove si vedono le figure di san Gregorio Magno, sant’Antonio Abatee santa Caterina d’Alessandria. Sopra l’altare troneggia una statua lignea resa molto scura dal tempo, che probabilmente raffigura santa Marina;
- Seconda nicchia di sinistra: corrisponde probabilmente all’abside originale della chiesa primitiva. La volta a crociera è decorata da costolonature a fasce policrome che spiccano su uno sfondo scuro a motivi floreali. Sulla parete di fondo è presente un affresco del XV secolo che raffigura otto santi di difficile lettura.
Al centro della navata, si trovano due altari:
- Altare mediano di destra: ospita la statua di santa Marina, raffigurata mentre tiene in braccio il bimbo da lei allevato;
- Altare mediano di sinistra: è presente la tela seicentesca con la Madonna del Rosario affiancata da san Domenico, santa Caterina da Siena, san Francesco d’Assisi e san Carlo Borromeo, opera di Giovanni Francesco Romanelli.
Il presbiterio, rialzato da gradini e introdotto da un arco impostato su colonne, precede l’altare maggiore e custodisce alcune delle opere più preziose della chiesa:
- Nicchia di destra: pregevole affresco del 1512 che reca la firma di Tiberio di Assisi, discepolo del Perugino, riportato alla luce nel 1896. Nel registro inferiore sono raffigurati l’arcangelo Raffaele che tiene per mano il giovane Tobiolo, seguito da santa Caterina e, sulla destra, san Silvestro I Papa in abiti pontificali che sovrasta il dragone ucciso al Monte Soratte. Nella calotta è raffigurato l’Eterno benedicente con il globo nella mano e un arco iridescente, circondato da nubi dorate e affiancato da nove serafini e due angeli.
- Altare di sinistra: dedicato alla Madonna del Soccorso, custodisce una delle opere più interessanti dell'edificio: la Vergine del Soccorso. Abbigliata in un ampio manto stellato, la Madonna libera un bambino dalle grinfie del demonio. La tradizione popolare racconta che l’immagine nasce da un episodio realmente accaduto: una madre, esasperata dal non riuscire ad addormentare il figlio, arrivò ad invocare il diavolo. Quando però questo apparve, pentita, implorò l’aiuto della Madonna, che intervenne salvando il bambino. Ai piedi sono raffigurati anche la madre e il letto del piccolo. L’opera, attribuita a Melanzio da Montefalco, “Sancta Maria populo castri Ritaldo, 1509”.
In fondo alla chiesa si trovavano l’altare che è stato demolito e un crocifisso del Trecento, attualmente trasferito in sacrestia, mentre fino al 1745 dietro l’altare maggiore era presente un coro ligneo di fattura gotica.
Una santa sotto mentite spoglie
Nata in Bitinia, nell’attuale Turchia, nella prima metà dell’VIII secolo, Marina trascorse una breve vita segnata dal dolore. Rimasta orfana di madre, il padre Eugenio si ritirò nel monastero di Kanoubine. Per non separarsi da lui, vestì l’abito monastico assumendo il nome di Marino, e celò la propria identità per poter condividere la vita del convento.
Durante una sosta in locanda con alcuni confratelli, fu ingiustamente accusata della violenza ricevuta dalla figlia dell’oste ma, anziché difendersi, accettò in silenzio la colpa. Fu quindi espulsa dal monastero e costretta ad accudire il neonato.
Dopo anni di umiliazioni e fatiche i suoi confratelli, che non avevano mai creduto all’accusa, riuscirono a far riammettere il giovane Marino in convento, dove gli furono affidati i lavori più umili. Consumata dalle fatiche e dalle privazioni, Marina si spense in giovane età. Solo allora, preparando il corpo per la sepoltura, i monaci scoprirono la sua vera identità, ricevendo la prova della sua innocenza, e compresero come la giovane aveva rinnegato se stessa e sopportato in silenzio l’ingiusta accusa.
Al suo capezzale giunse anche la figlia del locandiere che, tormentata dal rimorso, ottenne perdono e guarigione. Già in vita si iniziò a parlare della santità di Marina, ma dopo la morte la sua devozione si diffuse rapidamente e numerosi eventi miracolosi furono attribuiti alla sua intercessione. Il suo corpo, inizialmente sepolto nel monastero, fu condotto a Venezia, dove ancora oggi è conservato.