Stone interior of the Eremo del Buon Riposo, with arches, a small wooden altar, statues and flowerpots.

L'Eremo del Buon Riposo

A più di settecento metri di altezza, sul Monte Citerone, nascosto dietro il colle di Sant'Angiolino tra castagni e cipressi, l'Eremo di Buon riposo è uno di quei luoghi che si fanno notare solo se li cerchi. A pochi chilometri da Città di Castello, sulla destra del Tevere, conserva ancora l'atmosfera di un rifugio pensato per stare lontani.

Nei pressi, ci sono fonti di acque curative, ricche di ferro, utilizzate più di duecento anni fa per curare l’anemia.

Le origini

Le grotte naturali che precedettero l’edificazione del convento erano già un romitorio quando Francesco d'Assisi percorreva queste strade diretto a La Verna, in quel bellissimo percorso tra boschi e alture che è noto oggi come la Via di Francesco. La tradizione attribuisce il nome dell’eremo proprio a una sosta del poverello, e alle parole che avrebbe pronunciato: "che buon riposo!". Delle grotte sede di romitori del tempo di Francesco rimane accessibile solo una, nota come ‘grotta del diavolo’, poiché, secondo la tradizione, ivi il santo fu tentato dal demonio, e un ramo sulla rupe prospicente la grotta ricorderebbe proprio la forma di un demone imprigionato.  Nel 1213, Francesco ottenne da Cristiano Guelfucci, un nobiluomo di Città di Castello, una cappella e un orto per i frati Minori; nel 1224 tornò nuovamente al Buon riposo, dopo avere ricevuto le stimmate alla Verna.  La folla accorreva per vederlo e toccarlo, e lui mostrava solo le dita, tenendo nascoste le stimmate sotto le maniche.

Storia e conflitti

L'eremo ebbe un ruolo anche nelle vicende cittadine. Nel 1352, quando Città di Castello temeva un attacco dei Visconti, il Comune vi fece installare una campana per dare l'allarme, che è presente ancor oggi e reca la data della sua realizzazione.

Un capitolo particolare è l'arrivo dei Gesuati nel 1365. Tale ordine, fondato dal Beato Giovanni Colombini da Siena, ricevette in donazione delle terre dalla famiglia Guelfucci e si stabilì accanto ai Francescani. I rapporti furono tesi: i Gesuati si sentivano padroni del luogo grazie alle terre ereditate, i Francescani non volevano lasciare quello che ormai consideravano un luogo di Francesco. La disputa si chiuse nel 1401, quando il Comune pagò 50 fiorini ai Gesuati perché se ne andassero. Nel 1431, il  Buonriposo risulta già nei registri dei conventi francescani osservanti della zona. All’epoca era ormai una struttura conventuale vera e propria, anche se ancora qualche frate decideva di osservare la vita eremitica negli anfratti circostanti, come nel caso di frate Angelo, nel 1488.

Nel 1650, quando papa Innocenzo X chiuse i conventi con meno di dieci religiosi, a Buonriposo ce n'erano dodici.  Gli Osservanti restarono fino al 1864, salvo una decina d'anni all'inizio dell'Ottocento durante l'occupazione napoleonica. Nel 1864 il convento fu chiuso per decreto e venduto ai privati.

Oggi il Buonriposo è ancora proprietà privata, ma il custode della struttura è disponibile ad aprirla a farla visitare su prenotazione.

Il convento

L'architettura dell'eremo mostra con evidenza gli ampliamenti subiti nel corso del tempo.

All’ingresso è un chiostro quadriportico, con le celle dei frati al piano superiore e gli altri ambienti di servizio della comunità conventuale al piano terra. Il pavimento in tavolato del chiostro originario è ancora conservato.

La parte più antica della costruzione, quella a ovest, è del 1234. Nel 1352 il romitorio fu trasformato in convento: venne aggiunta la chiesa ed allargato il chiostro, con quelle arcate in cotto che ancora oggi danno respiro allo spazio.

La chiesa

La costruzione attuale risale al 1402, ma venne profondamente rimaneggiata nel 1641 da Pompeo dei Bourbon del Monte, signore della zona. Vi si accede attraverso il quadriportico che porta direttamente alla zona absidale.

La chiesa presenta una pianta rettangolare con copertura a volte. La copertura dell’abside è probabilmente anteriore al rifacimento quattrocentesco.

All’interno, gli affreschi quattrocenteschi sono stati pesantemente compromessi dalla ristrutturazione di età barocca; si leggono ancora: una Crocifissione con San Bernardino, probabilmente di scuola senese; una Madonna con Bambino; un terzo affresco di chiara ispirazione giottesca. Le sinopie di angeli ai lati del portale sono particolarmente interessanti.

Sono presenti tre altari, decorati da sculture barocche con statue e putti; sull'altare maggiore, commissionato da Pompeo del Monte, una bella macchina lignea incornicia una pala d’altare con la Crocifissione, e ai lati la Vergine e Santi: la composizione è vicina per stile a Raffaello, che a Città di Castello ebbe il suo primo esordio.

Nell’abside sono conservate diverse reliquie, tra cui due teschi all’interno di una bacheca, uno maschile e uno femminile. Secondo le cronache, il beato Stefano, membro della comunità conventuale del Buonriposo, rimasto profondamente turbato dal fatto che la sua mamma era morta di parto nel darlo alla luce, aveva sempre voluto con sé il suo teschio per venerarlo, financo nella sepoltura. A suffragare tale ipotesi, sulla parete è un affresco con il beato Stefano che reca in mano un teschio. Dell'antico coro ligneo nell'abside non c'è più traccia.

Circa a metà della navata è l’accesso a una piccola cappella, dedicata a San Francesco d’Assisi, ove secondo la tradizione il santo si ritirava in meditazione.

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