Castel di Fiori
Montegabbione (TR). Poche decine di anime tutto l’anno. Poi, d’estate e nei ponti, le case restaurate si riempiono di famiglie che hanno scelto di tornare qui, tra mura medievali e boschi silenziosi. Castel di Fiori non è un borgo da cartolina: è un borgo da attenzione lenta.
Lo si capisce appena si entra. La cinta muraria è ancora intatta. Il castello (privato, un rudere) veglia dall’alto. Dall’altro lato della breve via centrale, la Torre medievale – restaurata da poco – si staglia contro il verde. Due punti fermi, due modi diversi di raccontare lo stesso passato.
Una piazza che ha visto di tutto
Nel cuore del borgo, la piazzetta mette in scena un confronto silenzioso: da un lato il Palazzo Baronale (già dimora maggiore), dall’altro la Chiesa di Santa Maria Maddalena. Ricostruita tra Sei e Settecento, probabilmente sulle fondamenta dell’antica chiesa castellana, conserva all’interno un dipinto murale mariano e un’edicola dedicata alla santa.
Al centro della piazza, su un basamento di mattoni, una statua sorprende: l’Arcangelo Michele. La scolpì Michele Perla nel 1937, ispirandosi liberamente a quella del celebre santuario di Monte Sant’Angelo, in Puglia. Un filo rosso che lega l’Umbria al Gargano.
Le cronache raccontano
Per molto tempo la storia di Castel di Fiori è stata confusa con quella di un altro castello, Brandetto, nel territorio di Monteleone d’Orvieto. Poi i documenti hanno parlato chiaro.
La prima notizia certa è del 1345: il Comune di Orvieto autorizza la costruzione di un Castrum Florae – Castello di Fiore – in località Acqua Alta. Ma già nel 1350 arriva un decreto secco: l’esercito orvietano deve attaccarlo e distruggerlo, perché costruito senza permesso. Il borgo sopravvive, e anzi diventa teatro di scontri tra le grandi famiglie: Monaldeschi contro Filippeschi, poi Monaldeschi della Vipera contro quelli della Cervara.
E poi arriva lui, il Gattamelata. Il celebre capitano di ventura, a metà del Quattrocento, possedeva anche il castello di Montegiove. Per via ereditaria il feudo passò a sua figlia Todeschina, che sposò Antonio Bulgarelli, conte di Marsciano. Così Castel di Fiori tornò – per via femminile – agli antichi proprietari.
Nei primi anni del Cinquecento, il borgo resistette persino a un assedio di cinquecento fanti. Poi, fino a tempi recenti, l’ultima erede della famiglia Marocchi (la “Signorina”) lasciò tutto alla Chiesa. Oggi il borgo è di privati, che lo hanno restaurato con rispetto.
















